Serata con l’Ospite – Alessandro Cinque

GIOVEDI 23/03 h. 21:30
presso Fotoclub "Il Bacchino" BFI
Piazza Cardinal Niccolo, 8 – Prato​


Questo giovedì sarà ospite del Bacchino Alessandro Cinque, giovane fotografo fiorentino. Ci presenterà e ci parlerà dei suoi lavori e del suo lavoro come fotografo professionista. Durante la serata
presenterà anche il suo primo libro fotografico dal titolo "Incipit".

Biografia
Eredita dal padre, professore di fotografia e fotografo di vecchia data, l’armamentario per fotografare; ma forse molto di più. Nasce così, a 16 anni, la passione per la fotografia di Alessandro Cinque: due vecchie hasselblad, gli obiettivi e la voglia di conoscere la luce. Una passeggiata per la citta’, i primi scatti. Poi valanghe di manuali, libri, riviste e la curiosita’ di imparare. La passione diventa il suo lavoro. Fotografo a tempo pieno, collabora con professionisti,  agenzie e privati.

“Se potessi raccontare la mia storia con parole, non avrei bisogno di portarmi dietro una macchina fotografica”

 

Introduzione ai capitoli del libro


AVATAR
Racconta la duplice realtà dell’uomo che resta alieno ed estraneo a ciò che lo circonda, anche se accerchiato da cose e frastornato da frenesia e caos.
I ritmi serrati ed anonimi di Kyoto e Tokyo sono colti da sguardo nuovo; il punto di vista è straniero e distaccato seppur la sua presenza è palese e necessaria alla storia che racconta.
L’incedere ininterrotto, come cieco, delle persone, per nulla sembra schermire le pose solide e ben determinate di uomini che intenti ed incuranti fissano lo smartphone.
L’incostante e tumultuoso trascorrere del tempo si scontra con il suo ripetersi ordinato e composto. Il molteplice con il singolo, il buio con la luce, lo scarto con l’essenziale, la vita reale con la “virtual life” e lo sguardo si riempie e copre fino ad oscurarsi.
Ripetizioni cadenzate ed allo stesso tempo definite e pure esprimono con veemenza la dipendenza e la solitudine. Accanto a queste, volti soavi di donna ed occhi di bambina raccontano il Giappone che tutti immaginiamo. Ma al dolce vedere si accosta la malinconia e quel senso di vacuità dato da volti spenti, persi nel vuoto, negli schermi, in pensieri inconsistenti posti altrove.
L’armonia degli spazi si contrappone ai corpi pesanti, a volte perfino sgraziati, goffi, inadeguati; soli.
Gli echi di generazioni passate tornano in scena, interrompono la sequenza, mostrano il significato ed il gesto di un uomo che, assorto, piega ancora la testa per leggere il giornale.
Alla luce naturale si addossa l’illuminazione dei neon, quasi accecante, da far apparire la verità finzione e soltanto di passaggio.


CONTRASTO
Non per forza significa opposizione definita; è dialogo, scambio, confronto di luci e di ombre affinché l’immagine venga fuori chiara, evidente. Sensazioni e forme si accostano dando origine ad un’armonia compositiva che oltrepassa la cornice fotografica, inebriando l’intero racconto. Il ritmo è scandito da sequenze che si alternano e dal variare del punto di vista: dentro/ fuori; ravvicinato/distante; movimento/stasi; artificiale/disadorno; sorriso/malinconia, amarezza, disillusione; gioia.
Al centro del lavoro vi sono le “persone” e l’intensità del loro agire quotidiano si trasforma in
voce che narra i modi di essere del territorio di Rushere in Uganda.
Qui, i frutti dell’operosità umana, il rilievo del costruito si incontrano e combinano con il piano emozionale puro dell’uomo, senza sovrastrutture; crudo, spoglio, libero da condizionamenti che schiacciano le spalle.
L’espressione dei volti sono autentiche, gli sguardi profondi; le immagini dell’ospedale si contrappongono alla vita all’aria aperta. Il dolore fisico si declina in spazi e luoghi differenti ma emerge identico nelle espressioni e nei comportamenti, così la felicità, la fatica, il momento della festa, il tempo della calma. La solitudine contrasta con la moltitudine di corpi. L’invito è al contatto, al tocco con mano di un mondo che appare distante ma che ricorda l’universalità del percepire. Ciò che dovrebbe essere greve si mostra leggero, genuino, determinato, come se non potesse essere altrimenti.
In primo piano vi è la normalità di gesti e situazioni che, invece, ad occhio straniero risultano inusuali. Da un doppio livello di percezione e comprensione, rifiuto-accettazione, curiosità ed essere estraneo si origina un gioco di rimandi e corrispondenze da cui la storia trae sostentamento; nella conclusione c’è speranza, apertura, ammirazione e sguardo posto al di sopra dell’orizzonte solito.


NINOS DE CUBA
Sono ragazzi cresciuti per strada. Le loro storie sono tinte da colore vivace, occhi perspicaci e penetranti, toni forti e diretti.
L’innocenza di bambino si mescola con la ruvidità della vita vera, conosciuta presto e senza filtro. La spensieratezza del gioco si incontra con la cruda necessità di portare guadagno a casa.
E’ sufficiente sfocare la visuale, svuotare lo sguardo, non porre cura o pensiero verso gesti compiuti quasi fossero banale routine per trasformare i momenti trascorsi in fatiscenti ricordi sbiaditi che annebbiano l’inconscio ma non la giornata, soprattutto ora che l’Avana si riempie di turisti.
A Cuba la boxe è quasi una religione, caratterizzata da una lunga e valida tradizione, diffusa, immaginata come via di fuga reale e possibile, come luogo in cui il desiderio di rivalsa e di successo assume una forma migliore. Il pugilato non è violenza senza scopo, è disciplina, caparbietà, impegno.
Il desiderio di svoltare resta e la determinazione emerge con chiarezza in ogni scatto, attraverso le pose stabili, i comportamenti decisi, le espressioni intense.
Il divertimento si combina con l’ambizione; l’allenamento, la fatica ed il sudore insegnano, a chi spesso non ha altro modo per apprendere, che dedizione e costanza sono necessari al fine di raggiungere il traguardo preposto.
Così “combattere” diventa un principio che travalica il confine del ring e si riversa in strada.
In NINOS DE CUBA la lotta si trasforma in metafora di esistenze forti che da privazione, stento e sofferenza ergono le basi per costruire nuove vie.


PREFAZIONE
INCIPIT è inizio, esordio, prima manifestazione di significato che avvia il racconto e che consente di intuirne le caratteristiche ed il messaggio.
INCIPIT è il primo libro di Alessandro Cinque, giovane fotografo fiorentino d’adozione che gira il mondo con la sua Leica M9.
Un racconto per immagini del 2016, anno di svolta e di cambiamento in cui Alessandro ha deciso di far riemergere il valore originario che caratterizza la sua passione per la fotografia.
Tre differenti sequenze scandiscono il ritmo della narrazione ed offrono al lettore una panoramica estesa del significato che Alessandro accosta ad ogni viaggio e dello sguardo attraverso cui coglie le differenti realtà. Il punto di vista estraneo precipita nella situazione fino a divenirne elemento integrante, necessario, da cui risulta impossibile prescindere.
Alessandro si avvicina al soggetto, ne conquista chiaramente la fiducia ma non distrae l’uomo dall’accadere della sua azione e non distoglie lo sguardo neanche per un attimo.
La composizione di ogni scatto è armonica, perfettamente studiata ed inevitabile trasposizione di uno spaccato di vita vissuta che non poteva essere altrimenti. I rimandi di colore, le corrispondenze di punti, linee e spazi determinano la riuscita espressiva dell’immagine e la sua finitezza proprio là, dove la fotografia ha termine.
Uganda, Giappone e Cuba, tre luoghi profondamente diversi e portatori culture e tradizioni altrettanto diversificate e forti, divengono la forma attraverso cui far passare le voci degli uomini, le loro storie, il desiderio e la necessità di racconti inediti.
Tre luoghi anche simbolo della strada nuova intrapresa da Alessandro, un percorso di cambiamento e crescita personale che, per ora soltanto agli esordi, determina la definizione del suo canone espressivo.
Dalle sequenze, sebbene profondamente differenti tra loro, emerge con evidenza la firma dell’autore, attento all’ottima riuscita tecnica dell’immagine ed attratto dall’animo umano, contenitore di esperienze, sensazioni, significati che sono il frutto di vicissitudini e momenti vissuti. Alessandro prima di ogni scatto, con pazienza attende ed osserva, aspettando che di fronte ai suoi occhi si palesi la scena che aveva già immaginato. I particolari emergono con nitidezza divenendo i principi portanti dell’immagine e ciò che ne definisce l’equilibrio.
In questo modo ogni azione, estranea al tradizionale scorrere del tempo, sospesa e fissa all’interno della struttura fotografica, diviene veicolo di senso e mezzo attraverso cui dare espressione alla storia.

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